Tucson, Arizona – 6 aprile 2026. Nick Pope ci ha lasciati. Aveva 61 anni, stroncato da un brutto male che non gli ha lasciato scampo. Ma la sua eredità – quella di un funzionario del Ministero della Difesa britannico diventato il volto più credibile dell’ufologia mondiale – resterà impressa nella storia delle indagini sui fenomeni aerei non identificati (UAP).
Nato nel 1965 in Inghilterra, Nick Pope ha trascorso 21 anni al servizio del governo di Sua Maestà, dal 1985 al 2006. La sua carriera ordinaria – tra politica finanziaria, antiterrorismo, sicurezza e persino un incarico nel Joint Operations Center durante la Guerra del Golfo – ha preso una piega straordinaria nel 1991, quando fu assegnato alla Sezione Air Staff 2a del MoD, meglio nota come il “UFO desk”. Per tre anni, fino al 1994, ha gestito l’unico progetto UFO ufficiale del Regno Unito: riceveva tra le 200 e le 300 segnalazioni l’anno da cittadini, piloti, poliziotti e militari. Ogni rapporto veniva analizzato con metodo scientifico: interviste dirette ai testimoni, verifica di dati radar, fotografie, filmati e qualsiasi elemento corroborante. Su oltre 12.000 casi archiviati dal 1953 al 2009, circa il 5% rimaneva inspiegabile. Non c’erano prove di minacce alla sicurezza nazionale, ma nemmeno di banali errori o bufale. Pope lo ha sempre ripetuto con la sua tipica sobrietà britannica: «La maggior parte si spiega. Ma non tutto».
Quegli anni al “UFO desk” lo hanno segnato per sempre. Prima di quell’incarico, Pope non aveva alcun interesse particolare per gli UFO: era un funzionario pragmatico, scettico per formazione. Ma il contatto quotidiano con testimonianze di alto livello – piloti che descrivevano oggetti che sfidavano la fisica nota, radar che registravano velocità impossibili, avvistamenti multipli confermati da fonti indipendenti – lo ha spinto a rivedere le sue certezze. «I scettici devono avere ragione ogni giorno, ma i credenti solo una volta», amava ripetere, sintetizzando con ironia britannica la sua filosofia. Tra i casi che lo hanno colpito di più, anche se non li aveva seguiti in tempo reale, c’era l’incidente di Rendlesham Forest del 1980: un evento documentato da militari americani in una foresta del Suffolk, con avvistamenti di luci strane, oggetti atterrati e persino tracce fisiche.
Anni dopo, Pope avrebbe co-scritto un libro proprio su quel caso insieme ai testimoni diretti, John Burroughs e Jim Penniston, trasformandolo in uno dei pilastri della sua narrazione.
Quegli anni al “UFO desk” lo hanno segnato per sempre anche sul piano personale.
Nel 1996 ha pubblicato Open Skies, Closed Minds (Cieli aperti, menti chiuse), il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Non era un manifesto da complottista: era il resoconto sobrio e documentato di un insider che raccontava come il governo prendeva sul serio il fenomeno, pur minimizzandolo pubblicamente per evitare allarmismi. Il volume è diventato un bestseller internazionale e ha aperto la strada alla progressiva declassificazione dei file UFO britannici tra il 2008 e il 2010, un processo che Pope ha seguito con attenzione e che ha contribuito a rendere pubblico. Ha scritto anche The Uninvited, un’approfondita analisi sull’enigma degli rapimenti alieni, affrontando il tema con la stessa razionalità istituzionale, senza sensazionalismi. E poi due romanzi di fantascienza – Operation Thunder Child e Operation Lightning Strike – che, ironia della sorte, sono stati gli unici a essere sottoposti a revisione di sicurezza governativa prima della pubblicazione, proprio per il suo passato al MoD.
Uscito dal Ministero della Difesa nel 2006, Pope non ha mai smesso di lavorare.
Si è trasferito negli Stati Uniti nel 2012, dove ha sposato l’antropologa americana Elizabeth Weiss, definita da lui stesso «la mia vera Agent Scully: scienziata, scettica e rossa di capelli». La coppia ha vissuto a Tucson, in Arizona, tra escursioni nel deserto, osservazione della fauna selvatica, film noir e serate di country music. Da lì, Pope è diventato giornalista, commentatore televisivo e volto fisso di Ancient Aliens, la longeva serie di History Channel. Conferenze in tutto il mondo, interviste, documentari: ovunque portava lo stesso messaggio lucido e mai sensazionalistico. Credeva che alcuni UAP rappresentassero una tecnologia avanzata – forse non terrestre – e che la scienza avesse il dovere di studiarli senza pregiudizi. «Non c’è nessuna astronave aliena nascosta in un hangar del governo britannico», ripeteva spesso, «ma questo non significa che non ci sia qualcosa di reale da investigare». Ha spinto con forza perché il programma UFO del governo britannico venisse riaperto (chiuso nel 2009 per tagli di bilancio) e ha seguito con attenzione le audizioni americane del Congresso, lodando i passi avanti verso una maggiore trasparenza, dai video della Marina USA ai rapporti del Pentagono.
Fino all’ultima settimana della sua vita ha continuato a concedere interviste e a moderare eventi online. Dal suo account ufficiale ha scritto un messaggio di addio sereno e dignitoso, firmato con il suo motto Per Aspera Ad Astra – «Attraverso le difficoltà verso le stelle». In quel testo, Pope ha ripercorso la sua vita con gratitudine: il lavoro al MoD, i libri, gli anni in America con Elizabeth, le battaglie condivise per la libertà accademica e la razionalità. Ha ringraziato i fan, i colleghi e la comunità ufologica, ribadendo che il suo impegno non era mai stato mosso da fantasie, ma dalla curiosità di chi sa che il dovere di un funzionario pubblico è anche quello di non chiudere gli occhi di fronte all’ignoto.
Il rammarico più grande, oggi, è proprio questo: Nick Pope non ha fatto in tempo a vedere la “disclosure” pubblica che ha sempre auspicato. Quella rivelazione chiara, documentata e condivisa che lui immaginava non come una resa dei conti sensazionalistica, ma come il naturale coronamento di decenni di indagine razionale. Per lui la disclosure non era un evento unico, ma un processo graduale: documenti declassificati, audizioni parlamentari, collaborazione internazionale tra scienziati e militari. Ha lasciato il palco prima del sipario, mentre il dibattito sugli UAP – da fenomeno marginale a questione di sicurezza nazionale – continua a scaldarsi tra Washington, Londra e il resto del mondo. Negli ultimi anni aveva seguito con entusiasmo i progressi americani: i rapporti dell’AARO, le testimonianze di ex piloti militari, i video ufficiali. «Stiamo andando nella direzione giusta», diceva, «ma serve più scienza e meno retorica».
Eppure la sua voce resta, più viva che mai. Nick Pope ha dimostrato che si può essere seri, istituzionali e allo stesso tempo aperti al mistero. Ha tolto agli UFO l’aura di ridicolo e li ha restituiti alla dignità della ricerca. Grazie a lui, migliaia di persone hanno capito che indagare i fenomeni aerei non identificati non significa credere agli omini verdi, ma applicare il metodo scientifico a qualcosa che, per il momento, sfugge alle nostre categorie. Ha ispirato una generazione di ricercatori, ha influenzato il dibattito pubblico e ha reso credibile un tema che per troppo tempo era stato confinato ai margini.
Per questo, mentre la comunità ufologica piange uno dei più autorevoli testimoni, il suo lascito è chiaro: il lavoro non finisce qui. Le stelle, come diceva lui, ci aspettano. E Nick Pope ci ha insegnato a guardarle senza paura, ma con intelligenza, umiltà e quel tocco di “understatement” britannico che lo ha reso unico. Dal suo ufficio al MoD alle conferenze internazionali, dalla sua casa nel deserto dell’Arizona fino all’ultimo messaggio di addio, ha incarnato l’idea che la vera esplorazione comincia proprio dove finiscono le certezze. Il cielo sopra di noi non è mai stato così vivo, grazie a lui. E la ricerca continua, con lo stesso spirito che lo ha guidato per tutta la vita: curioso, razionale, instancabile.
Per aspera ad astra. Attraverso le difficoltà, verso le stelle. Grazie, Nick.