Shadow People: storia e mistero di oscure presenze

Qualcosa ci guarda dal buio

Ci sono paure che attraversano indenni i secoli, cambiando nome ma non sostanza: superstizione in un’epoca, fenomeno ufologico in un’altra, eppure sempre la stessa, identica sensazione. La presenza, spesso nel buio della camera da letto, di qualcosa o qualcuno di indefinito che, silente, osserva . Non ha un volto riconoscibile. Non emette parole, ma al massimo un ronzio elettrico o un gracchiare indistinto, quasi metallico. Non riflette la luce della luna o del lampione fuori dalla finestra: è solo una sagoma più scura del buio stesso, una massa compatta che si staglia contro le pareti e che, quando la si fissa dritta negli occhi — ammesso che di occhi si possa davvero parlare — sembra restituire lo sguardo con un’attenzione che toglie il respiro.

Il mondo dell’ufologia e della ricerca sul paranormale ha dato un nome a questa esperienza: Shadow People, il “Popolo delle Ombre” o, più semplicemente, “Uomini Ombra”. Non è un’etichetta nata ieri: da almeno un ventennio circola nei programmi radiofonici notturni dedicati al mistero, nei forum di settore, nei documentari televisivi che intrecciano ufologia, antropologia e teorie sugli “antichi astronauti”. Ma dietro l’apparente novità terminologica si nasconde una fenomenologia antichissima, che attraversa culture lontanissime tra loro nello spazio e nel tempo: dai demoni della Mesopotamia agli spiriti “della pressione” temuti dal popolo Hmong, dalle leggende dei nativi americani fino al folklore delle nostre campagne. Un filo nero — è proprio il caso di dirlo — che collega testimonianze mai state in contatto tra loro, eppure sorprendentemente coerenti nei dettagli.

Questo approfondimento cercherà di ripercorrere la storia del fenomeno delle Shadow People: le sue radici più remote, la tassonomia in cui i ricercatori hanno provato a inquadrarlo, i casi più noti a livello internazionale e le ipotesi scientifiche, tecnologiche e persino interdimensionali che tentano di darne una spiegazione.

Un fenomeno antico quanto la paura del buio

Chi si accosta per la prima volta all’argomento tende a considerarlo un prodotto tipico della cultura di internet, nato insieme ai primi forum di paranormale a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. In realtà la comparsa di entità scure, prive di lineamenti, che si manifestano di notte opprimendo il petto delle vittime e impedendo loro di muoversi, è documentata — sotto altri nomi — in pressoché ogni cultura del pianeta, spesso con dettagli sorprendentemente simili.

Uno dei casi di studio più citati dai ricercatori riguarda la comunità Hmong, il popolo di etnia laotiana che, dopo la guerra del Vietnam, fu costretto a fuggire dal proprio Paese e a stabilirsi negli Stati Uniti verso la metà degli anni Settanta. Negli anni successivi al trasferimento, i medici americani registrarono un’inspiegabile impennata di morti improvvise fra uomini Hmong giovani e in perfetta salute, decedute nel sonno senza alcun sintomo pregresso. Le autopsie non portarono a conclusioni definitive, tanto che il fenomeno finì per essere catalogato clinicamente come “sindrome della morte improvvisa e inaspettata notturna”.

Gli Hmong, dal canto loro, avevano già una spiegazione: attribuivano i decessi ai Cho Chua, spiriti d’ombra noti come “demoni della pressione”, che si sedevano sul petto dei dormienti soffocandoli lentamente. Secondo la tradizione, questi spiriti approfittavano di chi, lontano dalla propria terra e dai propri rituali, non poteva più contare sulla protezione degli antenati.

Anche le popolazioni native del Nord America custodiscono racconti che sembrano descrivere la stessa entità. Presso la nazione Choctaw, in Oklahoma, si tramanda ancora oggi la figura del Nalusa Chito, uno spirito d’ombra demoniaco capace di insinuarsi in una persona nutrendosi dei suoi pensieri negativi fino a divorarne l’anima: un’entità talmente temuta che, secondo la tradizione, non se ne poteva nemmeno pronunciare il nome ad alta voce. Nella riserva Jicarilla Apache di Dulce, in Nuovo Messico — luogo che, non a caso, ricorre spesso anche nella letteratura ufologica più recente — si racconta invece di ombre-spirito capaci di “attaccarsi” a una persona che le abbia incrociate con lo sguardo, per accompagnarla per il resto della sua esistenza.

Se si risale ancora più indietro nel tempo, si arriva alla Mesopotamia. Nella mitologia sumera compare la figura dell’Alû, un tipo di udug: un demone privo di lineamenti — senza occhi, senza naso, senza bocca — che di notte aleggiava sopra le persone addormentate. Anche la tradizione ebraico-cristiana conosce concetti affini, come quello dell'”ombra della morte” o degli spiriti notturni maligni citati nei testi sacri. Nell’Islam, la figura del djinn — creatura soprannaturale “creata da un fuoco senza fumo”, capace di mutare forma e di rendersi invisibile — condivide con le Shadow People più di un tratto: l’aspetto oscuro e imponente, la capacità di intimorire semplicemente entrando in una stanza, l’ambiguità di fondo fra natura demoniaca e natura semplicemente “altra”. Non stupisce che dalla radice araba della parola djinn derivi, attraverso secoli di scambi linguistici, anche il termine occidentale “genio”.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, spostandosi di continente in continente: il Karabasan della tradizione turca, il Kana Tevoro delle Fiji, la Pisadeira brasiliana. Nomi diversi, lingue diverse, eppure una descrizione che torna sempre pressoché identica: una presenza scura, opprimente, che agisce di notte e lascia la vittima paralizzata dalla paura. Per i sostenitori di un’origine paranormale o extraterrestre del fenomeno, questa uniformità di dettagli fra culture che storicamente non hanno mai avuto contatti diretti tra loro è essa stessa un indizio: come possono civiltà così lontane aver “inventato” in modo indipendente la stessa identica entità?

Dalla superstizione popolare al fenomeno mediatico

Se le radici del racconto affondano nell’antichità, la sua trasformazione in un vero e proprio filone dell’ufologia contemporanea è invece un fenomeno relativamente recente, che si consolida a partire dai primi anni Duemila. È in quel periodo che la figura delle Shadow People comincia a comparire con regolarità nei programmi radiofonici americani dedicati al paranormale, capaci di raccogliere in diretta le testimonianze di ascoltatori da tutto il Paese e di trasformare un’esperienza fino ad allora vissuta in solitudine e vergogna in un fenomeno condiviso, quasi comunitario.

La scrittrice Heidi Hollis

Un ruolo determinante in questo processo lo ha avuto la scrittrice e ricercatrice Heidi Hollis, che nel 2001 pubblicò il libro “The Secret War”, raccontando la propria esperienza diretta con quelle che lei stessa definì per prima “Shadow People”.

Copertina di “The Secret War” scritto e pubblicato da Heidi Hollis, nel 2001.

Dopo l’uscita del volume, secondo quanto lei stessa ha più volte dichiarato, si ritrovò sommersa da migliaia di lettere e messaggi provenienti da ogni angolo del mondo — sacerdoti, insegnanti, persone comuni — che raccontavano esperienze analoghe e chiedevano aiuto per comprenderle o per liberarsene. Da allora il termine si è progressivamente affrancato dal contesto puramente demonologico o spiritico in cui era nato, per intrecciarsi sempre più strettamente con la narrativa ufologica. Le Shadow People hanno smesso di essere considerate semplici fantasmi o presenze maligne generiche: una parte consistente della comunità di ricerca le ha riclassificate come possibili entità extraterrestri, interdimensionali o comunque legate alle manifestazioni UFO.

John Mack, a sinistra, e Budd Hopkins

Questo slittamento concettuale non è casuale. Il collegamento più solido tra le Shadow People e il fenomeno alieno riguarda proprio le abduction, i presunti rapimenti. Chi analizza la questione da questa prospettiva sottolinea le continue sovrapposizioni tra le varie testimonianze, a partire da schemi di risveglio notturno e da una dinamica pressoché identica: l’incapacità di muoversi o parlare, la percezione di un’entità che ha preso il controllo della stanza e, in alcuni casi, improvvisi guasti agli apparecchi elettronici. Già nei database costruiti a partire dagli anni Ottanta da ricercatori come Budd Hopkins — pittore newyorkese diventato una delle figure più influenti dello studio delle abduction — centinaia di testimoni descrivevano l’inizio dell’esperienza allo stesso modo. Il risveglio paralizzato e la vista di sagome scure e prive di volto ai piedi del letto rappresentavano spesso il preludio all’incontro diretto con entità dal corpo esile e dagli occhi grandi e neri: i cosiddetti “Grigi”.

A dare peso scientifico a questo filone di ricerca — almeno agli occhi dell’opinione pubblica americana degli anni Novanta — fu John Mack, psichiatra della Harvard Medical School e vincitore del premio Pulitzer. Dopo aver intervistato centinaia di presunti abductee attraverso colloqui clinici e ipnosi regressiva, Mack concluse pubblicamente che i suoi pazienti non fossero né malati di mente né bugiardi, sostenendo che la loro angoscia fosse autentica e coerente con un trauma reale, quale che ne fosse la causa. La sua posizione gli costò un’inchiesta interna ad Harvard sulla legittimità accademica dei suoi studi, procedimento che si concluse riconoscendogli la libertà di proseguire le ricerche, pur senza che l’ateneo validasse l’interpretazione aliena dei fatti. È un precedente che gli ufologi citano ancora oggi per mostrare come il tema spacchi anche gli ambienti scientifici più rigorosi; va detto, tuttavia, che la comunità scientifica e psichiatrica resta in larghissima parte critica verso l’uso dell’ipnosi regressiva, una tecnica che diversi studi di psicologia cognitiva hanno dimostrato capace di generare i cosiddetti “falsi ricordi”.

Un contributo fondamentale alla diffusione culturale di questo immaginario arriva anche dalla letteratura. Nel celebre memoir “Communion” (1987), lo scrittore Whitley Strieber descrive con dovizia di particolari la presenza, nella propria casa isolata nello Stato di New York, di figure antropomorfe scure e sfuggenti che avrebbero anticipato un contatto diretto con entità non umane.

A sinistra, l’attore Christopher Walken, a fianco, Whitley Srieber in una foto di fine anni’80.

Il libro, diventato un caso editoriale internazionale e poi un film con Christopher Walken, resta uno dei testi più citati da chi sostiene la continuità tra le apparizioni d’ombra e i rapimenti alieni, sebbene Strieber stesso abbia sempre lasciato aperta l’ipotesi di una natura più propriamente psichica o onirica dell’esperienza. Non stupisce, quindi, che con il tempo il fenomeno delle Shadow People si sia affermato come argomento ricorrente anche in produzioni televisive di stampo ufologico, che ne hanno diffuso una lettura esplicitamente aliena o interdimensionale, alimentando ulteriormente l’interesse del grande pubblico.

Una tassonomia dell’ombra: non tutte le figure sono uguali

Uno degli aspetti più interessanti — e più controversi — della ricerca sulle Shadow People riguarda il tentativo di classificarle in sottocategorie distinte. Se infatti tutte le testimonianze concordano su alcuni tratti di fondo (assenza di lineamenti definiti, colore nero o comunque scurissimo, capacità di muoversi in modo innaturale o di dissolversi improvvisamente), i dettagli specifici raccontati dai testimoni permettono di distinguere almeno quattro macro-tipologie.

La prima, la più comune, è quella delle ombre umanoidi semplici: masse nere o traslucide, prive di ogni dettaglio, che possono manifestarsi sia di notte sia — più raramente — in pieno giorno. Spesso sembrano ignorare completamente l’osservatore, muovendosi in modo quasi disorientato, come se non fossero del tutto consapevoli di essere state notate.

La seconda tipologia è quella delle entità con occhi luminosi, generalmente di colore rosso acceso. Secondo chi si occupa di raccolta delle testimonianze, questa categoria è associata a livelli di paura decisamente più intensi rispetto alle ombre “semplici”, e a comportamenti apertamente più aggressivi o minacciosi. Non è un caso che proprio gli occhi rossi ricorrano con frequenza inquietante in molte delle testimonianze più drammatiche raccolte negli ultimi decenni.

La terza categoria, probabilmente la più celebre nell’immaginario popolare, è quella del cosiddetto Hat Man, l'”Uomo con il Cappello”: un’entità dal profilo inconfondibile, che indossa un cappello — solitamente un fedora, più raramente un cilindro — abbinato a un lungo cappotto o trench. A differenza delle ombre semplici, l’Hat Man viene spesso descritto come una figura “di comando”, capace di dirigere altre presenze ombrose minori, quasi fosse una sorta di gerarca del mondo delle ombre. Diversi testimoni lo paragonano a un vero e proprio “vampiro energetico”, un’entità che si nutrirebbe letteralmente della paura provata dalla vittima nel momento dell’incontro.

La quarta tipologia, strettamente imparentata con la precedente, è quella dei celebri Men in Black, gli Uomini in Nero. Sebbene la cultura popolare li abbia trasformati in agenti governativi in giacca e cravatta, le testimonianze più antiche — a partire dal caso pionieristico di Albert K. Bender del 1953, che verrà analizzato più avanti — li descrivono come figure ombrose, quasi prive di sostanza fisica, capaci di comunicare per via telepatica e di intimidire i testimoni di avvistamenti UFO. Non poche ricerche indipendenti hanno ipotizzato che l’Hat Man e i Men in Black possano in realtà essere manifestazioni diverse della stessa entità, o quantomeno appartenere alla medesima “gerarchia” di presenze oscure.

I casi che hanno fatto scuola

Se le origini del fenomeno si perdono nella notte dei tempi, alcuni episodi documentati nel corso del Novecento e nei primi decenni del Duemila sono diventati veri e propri casi di riferimento per l’intera comunità ufologica internazionale.

Il capostipite, cronologicamente, è probabilmente quello di Albert K. Bender, fondatore nel 1952 dell’International Flying Saucer Bureau, una delle prime organizzazioni civili di ricerca ufologica al mondo, nata sull’onda della grande ondata di avvistamenti che in quegli anni interessò anche i cieli di Washington.

Nel 1953, secondo il suo racconto, Bender fu visitato nella propria abitazione di Bridgeport, nel Connecticut, da tre figure scure e ombrose, materializzatesi — a suo dire — direttamente attraverso il muro della camera da letto. Le tre entità indossavano cappelli e lunghi cappotti, avevano occhi luminosi e, particolare che ricorre spesso in questo tipo di racconti, un forte odore di zolfo. Comunicando telepaticamente, gli avrebbero intimato di interrompere immediatamente le proprie ricerche sugli UFO e di cessare la pubblicazione della rivista “Space Review”, sostenendo di provenire da un luogo remoto dell’universo e di aver rapito numerosi esseri umani per coprire le proprie operazioni sulla Terra. Bender, spaventato, chiuse effettivamente l’ufficio poco dopo. L’episodio è considerato da molti storici dell’ufologia come l’atto di nascita del mito dei Men in Black, e viene oggi riletto anche come uno dei primi casi noti riconducibili — a posteriori — al fenomeno delle Shadow People.

Molto più recente, ma altrettanto citato nella letteratura di settore, è il caso del giornalista Paul Christensen, che nel febbraio 2011, mentre dormiva nella propria abitazione di Los Angeles, riferì di essere stato svegliato di soprassalto da una sensazione fisica opprimente, come se fosse “incatenato sul fondo dell’oceano”: impossibilitato a muoversi o a respirare, percepì la presenza di un’entità oscura e sfocata proprio accanto al letto. L’episodio, il primo di una lunga serie che secondo il suo racconto si sarebbe protratta per i cinque anni successivi, lo spinse ad approfondire il fenomeno da un punto di vista giornalistico, arrivando a raccogliere decine di testimonianze analoghe da tutto il mondo.

Un altro episodio spesso citato riguarda una lettera datata marzo 1991, spedita da una donna residente a Porterville, in California, a un noto ricercatore specializzato in casi di abduction. Nella missiva, corredata da illustrazioni e da una registrazione audio, la donna raccontava di essere stata svegliata di notte da una luce color arancione al centro della quale si era aperto un varco, da cui erano emerse due figure d’ombra apparentemente tridimensionali che l’avrebbero afferrata e trascinata verso l’apertura luminosa — un racconto che riprende quasi punto per punto la struttura narrativa classica del rapimento alieno, sostituendo però ai tradizionali “grigi” due entità ombrose ben definite.

Saloon storico Washoe Club

Più recente, e particolarmente interessante per i dettagli “tecnologici” che lo caratterizzano, è il caso raccolto nel 2016 a Virginia City, in Nevada, dove un gruppo di ricercatori indagava su alcune segnalazioni relative a una presenza ombrosa all’interno dello storico Washoe Club, locale ottocentesco tristemente noto per la sua fama di luogo infestato.

La ricercatrice Michelle LeBaron

Michelle LeBaron, una delle ricercatrici coinvolte, raccontò di essersi imbattuta, insieme a una collega, in un’ombra imponente, alta quasi due metri, che sembrò quasi “inghiottire” l’altra donna prima che entrambe fuggissero terrorizzate dalla stanza. Pochi minuti dopo, tornata sul luogo, l’ombra si ripresentò, questa volta accompagnata da un’energia pulsante percepibile sia a livello uditivo sia fisico — un dettaglio che ricorre in numerose altre testimonianze raccolte nel corso degli anni, insieme a segnalazioni di ronzii elettrici e di apparecchiature elettroniche danneggiate o bruciate al termine dell’incontro.

Proprio questo genere di anomalie elettromagnetiche ha spinto una parte della comunità ufologica a formulare un’ipotesi particolarmente suggestiva: che almeno alcune delle Shadow People non siano entità immateriali in senso proprio, ma esseri fisici dotati di una tecnologia di occultamento imperfetta, capace di proiettare agli occhi umani l’illusione di una sagoma scura e indistinta. A sostegno di questa lettura vengono talvolta citate testimonianze — difficili da verificare in modo indipendente — secondo cui il “mantello” d’ombra si sarebbe aperto per una frazione di secondo a causa di un presunto malfunzionamento, rivelando sotto di esso corpi dalla pelle simile a quella di un rettile o di un anfibio.

Quando si parla di luoghi in cui fenomeni di questo tipo si intreccerebbero fittamente con avvistamenti UFO, animali mutilati e anomalie di ogni genere, è impossibile non citare lo Skinwalker Ranch, nello Utah. Si tratta di un caso talmente vasto e stratificato da meritare una trattazione a sé stante, per la quale si rimanda alla lettura di un precedente articolo senza soffermarci oltre in questa sede.

Scienza, tecnologia o altre dimensioni? Le ipotesi sul tavolo

Di fronte a un fenomeno tanto diffuso quanto sfuggente, le spiegazioni proposte nel corso degli anni si muovono lungo un ampio spettro, che va dalla medicina più ortodossa alle ipotesi più speculative della fisica teorica.

Sul fronte scientifico e medico, la spiegazione più immediata chiama in causa la paralisi del sonno, una condizione neurologica ben documentata in cui il corpo rimane temporaneamente immobilizzato durante la fase di transizione tra il sonno e la veglia. In questo stato, non è raro che il cervello produca allucinazioni ipnagogiche (cioè nel passaggio dalla veglia al sonno) o ipnopompiche (nel passaggio dal sonno alla veglia) particolarmente vivide, spesso accompagnate dalla sensazione di una presenza minacciosa nella stanza e da un’oppressione toracica che molti pazienti descrivono come “qualcuno seduto sul petto” — un’immagine che, va detto, ricorre identica anche nel folklore più antico, dai demoni della pressione Hmong fino alle streghe notturne della tradizione europea. Per gli scettici, questa continuità tra racconto antico e sintomo clinico moderno rappresenta la prova più solida che le Shadow People altro non siano che una costante neurologica dell’esperienza umana, reinterpretata di volta in volta attraverso le categorie culturali disponibili in una certa epoca.

Un secondo filone di ricerca, più sperimentale, riguarda gli effetti della stimolazione elettrica di specifiche aree cerebrali. Alcuni studi neuroscientifici — condotti, tra gli altri, in ambito svedese — hanno documentato casi in cui pazienti sottoposti a stimolazione di determinate regioni del cervello hanno riferito la percezione nitida di una presenza scura e indefinita alle proprie spalle, arrivando in alcuni casi a reagire fisicamente come se quella presenza stesse effettivamente cercando di interagire con loro. Osservazioni analoghe sono state raccolte in relazione all’assunzione di sostanze psicoattive come la DMT, il principio attivo dell’ayahuasca: numerosi soggetti coinvolti in studi controllati sull’uso di questa sostanza hanno riportato, in modo indipendente l’uno dall’altro, la visione di entità dall’aspetto per certi versi assimilabile a quello delle Shadow People, un dato che secondo alcuni ricercatori suggerirebbe l’esistenza di un “canale” percettivo condiviso da tutto il cervello umano, normalmente inattivo.

Accanto a queste letture di stampo neuroscientifico, convive un filone di ricerca esplicitamente ufologico, secondo cui almeno una parte delle testimonianze non sarebbe riconducibile a fenomeni puramente interni al cervello, ma descriverebbe incontri reali con una qualche forma di intelligenza non umana. In questo quadro rientra sia l’ipotesi già citata della tecnologia di occultamento aliena imperfetta, sia quella — più diffusa nei racconti di presunte vittime di abduction — secondo cui le apparizioni d’ombra rappresenterebbero una fase preliminare o accessoria dei rapimenti alieni veri e propri, con la paralisi vissuta dal testimone che coinciderebbe con il momento in cui l’entità “prende il controllo” della situazione.

La terza grande famiglia di ipotesi è quella interdimensionale. Facendo leva su alcune formulazioni della fisica teorica — in particolare sulla teoria delle stringhe, che nella sua versione più estesa ammette fino a undici dimensioni — alcuni ricercatori sostengono che le Shadow People potrebbero essere entità originarie di piani dimensionali diversi dal nostro, capaci in determinate condizioni di “affacciarsi” nel nostro spazio-tempo tridimensionale. Il loro aspetto oscuro e privo di dettagli sarebbe dovuto, secondo questa lettura, al disallineamento tra la frequenza energetica propria di questi esseri e quella del nostro pianeta: una sorta di immagine “fuori fuoco” prodotta dall’incontro fra due livelli di realtà non perfettamente compatibili. A questa ipotesi si affianca quella, complementare, dello spettro di percezione limitato: l’occhio umano, ricordano i sostenitori di questa teoria, è in grado di percepire solo una porzione ridottissima dello spettro elettromagnetico — non vediamo, per fare l’esempio più immediato, la luce infrarossa — ed è quindi plausibile che le Shadow People esistano stabilmente in una banda di frequenza normalmente inaccessibile ai nostri sensi, diventando visibili solo in circostanze particolari, magari in prossimità di luoghi caratterizzati da anomalie geomagnetiche o da un’intensa carica energetica “ancestrale”, secondo alcuni teorici veri e propri portali naturali verso altri piani di realtà.

Nessuna di queste ipotesi, va detto con onestà, gode oggi di un consenso scientifico solido, né tantomeno di prove replicabili in laboratorio. Ma proprio la loro coesistenza — medica, tecnologica, fisica, mistica — restituisce bene la complessità di un fenomeno che continua a resistere a una spiegazione univoca.

Il capitolo italiano: tra folklore contadino e cronaca ufologica

Anche l’Italia, a ben guardare, ha il proprio patrimonio di racconti su presenze oscure notturne, ben radicato nel folklore regionale ben prima che il termine “Shadow People” attraversasse l’Atlantico. Nelle Marche, ad esempio, la tradizione popolare conosce da secoli la figura della Pandafeche, una sorta di strega notturna alla quale veniva tradizionalmente attribuita la sensazione di oppressione al petto e l’impossibilità di muoversi provate al risveglio nel cuore della notte: una descrizione che coincide, punto per punto, con quella clinica della paralisi del sonno, arricchita però dei dettagli tipici del racconto popolare — la presenza avvertita ai piedi del letto, la sensazione di un peso enorme sullo sterno, l’incapacità di gridare per chiedere aiuto. A Napoli, la tradizione partenopea conosce invece il Monaciello, una figura minuta e incappucciata che si aggirerebbe silenziosa nelle case, capace — a seconda delle versioni del racconto — di comportamenti benevoli o dispettosi: un profilo che, nella sua sagoma scura e nel dettaglio del copricapo, presenta più di un’analogia con quanto oggi la ricerca anglosassone cataloga come “Hat Man”. Diffusissima in tutta la penisola, infine, resta la figura generica dell’Uomo Nero, ancora oggi tramandata nelle filastrocche popolari rivolte ai bambini: un’entità priva di connotati specifici, la cui unica funzione è incarnare la paura del buio e dell’ignoto, esattamente come le controparti sumere, mediorientali o sudamericane citate in precedenza.

Se il folklore italiano condivide dunque con quello di mezzo mondo l’immagine di una presenza scura e notturna, la declinazione più propriamente ufologica del fenomeno nel nostro Paese ha un episodio di riferimento particolarmente documentato, avvenuto nella campagna vicentina nell’estate del 1996 e raccontato con dovizia di dettagli dalla stampa specializzata dell’epoca, in particolare dalla rivista “Notiziario UFO” e dal successivo dossier a essa dedicato.

Protagonisti della vicenda sono Carlo Lenci, allora ventitreenne, perito programmatore di informatica e istruttore di arti marziali residente a Vicenza, e la sua fidanzata Jennifer, diciottenne, all’ultimo anno del liceo artistico, residente a Torri di Quartesolo. Secondo il resoconto raccolto dagli inquirenti della rivista, la sera del 22 luglio di quell’anno i due giovani si erano dati appuntamento per un giro in bicicletta, per poi dirigersi verso una zona collinare nota come Gogna, sui Monti Berici, non lontano dall’abitazione di Carlo. Arrivati sul posto attorno alle 21:30, dopo aver parcheggiato le biciclette, avevano steso una coperta su un pianoro rialzato circondato da alberi e da un boschetto semicircolare, con l’intenzione di trascorrere la serata a osservare le stelle in una notte particolarmente limpida.

Poco dopo il loro arrivo, cinque ragazzi erano scesi dalla parte superiore della collina, passando accanto a loro senza fermarsi. Fu proprio a partire da quel momento, secondo il racconto di Jennifer, che entrambi iniziarono ad avvertire una sensazione di disagio crescente, quasi “negativa”. Verso le 22:30 la coppia udì un rumore improvviso, simile alla fuga precipitosa di alcuni animali dal boschetto vicino, seguito da un silenzio innaturale e, subito dopo, da quello che entrambi descrissero come un “gracchiare” prolungato, modulato e dal timbro metallico, quasi un dialogo fatto di segnali e risposte. Jennifer riferì di sentirsi osservata da “qualcosa” nascosto a pochi metri di distanza tra la vegetazione, e di essere riuscita a scorgere, tra le foglie, due grandi occhi ovali, scuri, molto ravvicinati tra loro, oltre alla sagoma della testa. Carlo, dal canto suo, in un primo momento pensò a un animale o a un tentativo di scherzo da parte di qualcuno, ma la sensazione di essere osservati si fece via via più intensa, fino a percepire — a suo dire — un vero e proprio calore anomalo nel tenersi per mano con la fidanzata, un dettaglio che entrambi avrebbero continuato a sperimentare, secondo la loro testimonianza, anche nei mesi successivi all’episodio.

Il momento culminante dell’incontro arrivò quando Carlo, intimando a Jennifer di raccogliere in fretta la coperta per allontanarsi, vide quella che descrisse come “un’ombra” scendere velocemente dalla collina e posizionarsi proprio alle spalle della fidanzata, a poca distanza da lei. La figura, alta secondo le sue stime circa un metro e novanta e larga fino a ottanta centimetri, appariva come una massa scura, priva di forma definita, in grado di muoversi — a suo dire — “a zigzag” e a una velocità innaturale, quasi serpentina. I due grandi occhi dell’entità, di colore rosso intenso “come una luce nel buio”, secondo la ricostruzione di Carlo si sarebbero poi trasformati, nel giro di pochi istanti, in due strisce verticali più chiare rispetto al resto della sagoma, senza che fosse possibile distinguere né braccia né gambe. Un secondo essere, più piccolo — stimato da Jennifer intorno al metro e venti di altezza, dal corpo magrissimo e dal “flash” di colore giallo percepito solo per un istante, con lunghe dita alle mani — si sarebbe invece posizionato più vicino a lei, osservandola fissamente senza compiere movimenti aggressivi, prima che entrambe le presenze si allontanassero al sopraggiungere di Carlo.

Ciò che rende il caso di Vicenza particolarmente interessante agli occhi dei ricercatori dell’epoca è la presenza di un riscontro esterno, apparentemente indipendente dal racconto dei due ragazzi. Quella stessa sera, infatti, lo zio di Carlo, il dottor Giorgio Rigno, riferì di aver osservato dalla propria abitazione — situata nella stessa area collinare — una luce bianca e continua, dai riflessi fosforescenti, muoversi lentamente nel cielo per poi compiere una brusca manovra proprio in direzione della zona di Gogna, dove nello stesso momento si sarebbe trovato in volo anche un elicottero, con cui la luce sembrò quasi entrare in collisione prima di allontanarsi definitivamente. L’osservazione, durata complessivamente una decina di minuti, fu condivisa anche da altri due membri della famiglia, e portò lo stesso Rigno — pur con il parere contrario del nipote — a rendere pubblica la vicenda attraverso un quotidiano locale e un’emittente televisiva regionale, contribuendo a trasformare quello che sarebbe potuto rimanere un episodio privato in un piccolo caso di cronaca, ripreso poi dalla stampa specializzata in ufologia con articoli dal titolo eloquente: “Ho incontrato gli alieni”.

Il dossier dedicato al caso riporta inoltre, a corredo dell’inchiesta, un secondo episodio verificatosi poco meno di un mese dopo, il 16 agosto 1996, in Valtellina: tre ragazzini intenti a cercare funghi in Val Federia, nei pressi di Livigno, riferirono di essersi imbattuti in una figura umanoide dalla pelle bianco-giallastra, sollevata di alcune decine di centimetri da terra e capace di muoversi con estrema scioltezza, descritta dai giovani testimoni come simile — per la sua consistenza traslucida e la mancanza di arti inferiori visibili — a “una medusa venuta in volo”. Anche in questo caso i carabinieri intervennero per raccogliere le testimonianze, invitando i ragazzi alla cautela nel diffondere il racconto, senza tuttavia mettere in dubbio la sincerità della loro esperienza.

Naturalmente, sia il caso di Gogna sia quello di Livigno restano — come la stragrande maggioranza degli episodi di questo tipo — testimonianze non verificabili in modo indipendente, prive di riscontri fotografici o strumentali oggettivi: i disegni realizzati a mano dai testimoni nell’immediatezza dei fatti, per quanto dettagliati, restano appunto disegni, e la loro forza probatoria non può che essere valutata con la dovuta cautela. Resta però significativo che, ancora una volta, i dettagli forniti da testimoni italiani senza alcun legame reciproco — la sagoma scura priva di forma, gli occhi enormi e ravvicinati, la sensazione di calore anomalo, il suono metallico modulato — ricalchino con precisione lo schema descrittivo che ritroviamo identico nelle testimonianze raccolte dall’altra parte dell’Atlantico, così come nelle leggende ben più antiche del folklore contadino di casa nostra.

Un mistero che non ha fretta di essere risolto

Al termine di questo percorso — dai demoni sumeri privi di volto fino alle colline vicentine di fine millennio, passando per i talk show radiofonici americani e i laboratori di neuroscienze europei — una certezza definitiva sulla vera natura delle Shadow People resta, inevitabilmente, fuori portata. Ed è forse proprio questa irriducibilità a spiegazioni univoche il tratto più caratteristico dell’intero fenomeno: si può scegliere di leggerlo come un capitolo della fisiologia del sonno umano, come l’ennesima variante della millenaria narrazione demonologica, come un indizio di tecnologie extraterrestri non ancora comprese appieno, oppure come la prova indiretta dell’esistenza di altre dimensioni della realtà, sfiorate solo in rari momenti di “disallineamento” percettivo.

Quel che è certo è che le testimonianze, lontane nel tempo e nello spazio quanto un rituale sumero e un pomeriggio d’agosto in Valtellina, continuano a raccontare — con una coerenza di dettagli difficile da liquidare come pura coincidenza — la stessa, identica esperienza: una sagoma nera, silenziosa, che per un istante emerge dal buio per poi tornare a dissolversi in esso. Sta forse proprio in questa persistenza, più che in una singola prova schiacciante, la ragione per cui il fenomeno delle Shadow People continua, a distanza di millenni dalle prime testimonianze, a non voler abbandonare l’immaginario umano.

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