Blue Planet Project il “falso” del 1991 che sapeva già tutto sulla Disclosure

Apparve nel maggio del 1991, tra i corridoi del primo International UFO Congress di Tucson, in Arizona, e nessuno seppe mai davvero da dove venisse. I quaderni, grigi, a quadretti, riempiti a mano con schizzi, diagrammi, formule e classificazioni di presunte forme di vita extraterrestri, circolarono di mano in mano come si trattasse di refurtiva ideologica. Qualcuno disse che erano il diario clandestino di uno scienziato infiltrato nei programmi più segreti del governo americano. Qualcun altro, più prosaicamente, li liquidò come una bufala costruita ad arte per alimentare il mercato editoriale dell’ufologia. Trentacinque anni dopo, quel documento è tornato al centro di una domanda che la ricerca non può più permettersi di ignorare.

Copertina originale del documento

Il testo è il Blue Planet Project, attribuito a un certo Jefferson Souza, un nome di cui non esiste traccia verificabile in alcun registro pubblico, universitario o governativo, e resta uno degli oggetti editoriali più ambigui dell’intera storia dell’ufologia moderna. Classificato come “Alien Technical Research – 25” e corredato da codici operativi come ARAMIS III – ADR3-24SM, il documento è strutturato come una relazione tecnico-militare declassificata e si presenta come le note personali di un contractor governativo che avrebbe partecipato per trentadue anni ad autopsie di alieni, interrogatori di entità catturate e analisi di tecnologia non umana recuperata da siti di schianto. Per decenni la comunità degli scettici lo ha archiviato, correttamente, come disinformazione probabilmente artigianale. Ma qualcosa, nel frattempo, è cambiato, e la domanda che oggi vale la pena porre è la seguente: come mai un documento tacciato di essere un falso negli anni ’90 descrive con precisione sospetta quasi ogni elemento della narrazione ufficiale emersa nelle fasi più calde della disclosure americana recente?

Prima di esaminare le convergenze occorre capire cosa dica effettivamente il Blue Planet Project nel suo testo originale. Strutturalmente il documento è suddiviso in sezioni codificate con sigle operative come OMNIDATA, OMNICORD, J.B., NAR e NSC, ciascuna dedicata a un aspetto specifico: la struttura del governo invisibile che gestirebbe il dossier alieno, le tipologie di forme di vita extraterrestre catalogate, la base sotterranea di Dulce in New Mexico, le tecnologie aliene recuperate e replicate, i programmi di abduction e impianto biologico, e infine il sistema di controllo mentale utilizzato su testimoni e partecipanti.

Le affermazioni contenute nel testo sono, a prima vista, radicalmente incompatibili con qualsiasi narrazione ufficiale: si parla di almeno 160 specie aliene in contatto con la Terra, di un’organizzazione denominata MAJI, Majority Agency for Joint Intelligence, che supervisionerebbe l’intero dossier, di un gruppo di controllo chiamato MJ-12 composto dai dodici uomini più potenti degli Stati Uniti, di trattati segreti stipulati con entità non umane, di recuperi di veicoli e corpi, di programmi di ingegneria inversa condotti in basi sotterranee e di un sistema di soppressione sistematica delle informazioni che includerebbe, nei casi più estremi, l’eliminazione fisica di chi sa troppo.

 

Per quasi tre decenni il Blue Planet Project è stato catalogato come una sorta di zibaldone compilato a partire da fonti già circolanti nell’ambiente ufologico, in particolare dai documenti MJ-12, anch’essi oggetto di accesi dibattiti sulla loro autenticità. I critici sottolineano errori ortografici, incoerenze interne e l’assenza di prove materiali verificabili, e l’FBI, interpellato negli anni Novanta, arrivò a classificare i documenti MJ-12 come “bogus”, cioè falsi. Eppure il testo ha continuato a circolare, e oggi acquista una risonanza nuova. Il documento descrive l’esistenza di un gruppo di controllo segreto chiamato MJ-12, Majestic 12, creato dal presidente Truman il 24 settembre 1947 per gestire la questione aliena, un sistema di programmi operativi con nomi in codice come SIGMA per le comunicazioni con gli alieni, PLATO per le relazioni diplomatiche, AQUARIUS per la storia della presenza aliena e GARNET per il controllo dell’informazione, e soprattutto un trattato formale tra il governo americano ed entità non terrestri, in virtù del quale gli alieni avrebbero ricevuto libertà operativa sul territorio americano in cambio di tecnologia avanzata.

Vengono poi descritte basi sotterranee congiunte, la famigerata struttura di Dulce, in New Mexico, citata come laboratorio genetico connesso via tunnel sotterraneo a Los Alamos, programmi di ibridazione genetica, dispositivi di controllo mentale impiantati chirurgicamente vicino al nervo ottico, rapimenti sistematici di esseri umani documentati e forniti agli enti governativi su liste periodiche, e tecnologie basate su propulsione elettromagnetica e viaggio interdimensionale. Soprattutto, ed è questo il punto più rilevante nell’ottica odierna, il documento introduce la nozione di esseri interdimensionali: non alieni nel senso di creature provenienti da altri pianeti del cosmo fisico, ma entità capaci di muoversi tra dimensioni parallele attraverso un processo di accelerazione di particelle.

Il testo ricorre a un’analogia quasi da manuale divulgativo, paragonando i diversi universi del multiverso a stazioni radio su frequenze differenti, raggiungibili semplicemente sintonizzandosi su un’onda diversa. Una metafora che nel 1991 poteva apparire mera fantascienza, ma che oggi viene rilanciata, in forme sorprendentemente simili, dai protagonisti della disclosure statunitense.

Nei decenni successivi la disclosure ufficiale ha imboccato una strada parallela e inattesa: dalla rivelazione del 2017 sul programma segreto AATIP del Pentagono, guidato da Luis Elizondo, alla testimonianza sotto giuramento del 2023 dell’ex funzionario dell’intelligence David Grusch su un presunto programma di recupero di veicoli non umani, fino alle dichiarazioni del 2026 del vicepresidente J.D. Vance e al rilascio scaglionato di file governativi voluto dal presidente Trump. È proprio in questo arco di eventi che le affermazioni del Blue Planet Project trovano un riscontro sorprendente.

Il confronto che disturba

È a questo punto che si entra nel territorio più scomodo dell’inchiesta, perché le convergenze tra il Blue Planet Project del 1991 e la narrativa della disclosure emersa tra il 2017 e il 2026 non si limitano a dettagli casuali sovrapposti, ma appaiono strutturali. Il documento descrive MJ-12 come un’entità che risponderebbe solo al presidente ma che in pratica opererebbe al di sopra del Congresso, finanziata attraverso fondi neri: una struttura “così segreta da essere tenuta nascosta al Segretario della Difesa, al Congresso e persino al Presidente”, per usare le parole con cui lo stesso Elizondo ha descritto nel suo libro il presunto Legacy Program, e che oggi trovano un’eco quasi letterale nelle accuse di Grusch contro la Defense Intelligence Agency. Il tema del recupero di veicoli e materiale biologico non umano segue lo stesso schema: dove il Blue Planet Project parla genericamente di crash sites da cui vengono recuperati velivoli e corpi analizzati in strutture segrete, Grusch testimonia sotto giuramento di un programma pluridecennale di recupero e ingegneria inversa di craft non umani, con il recupero di quelli che definisce biologics. Il linguaggio cambia, la struttura narrativa resta identica.

Ancora più delicato è il tema del presunto trattato segreto e delle abduction, che il documento attribuisce al progetto PLATO, descritto come responsabile di un accordo formale, esplicitamente definito incostituzionale, in base al quale gli alieni potevano prelevare esseri umani in cambio di tecnologia, fornendo liste periodiche di soggetti al governo. È probabilmente il passaggio più difficile da accettare, anche per chi è disposto a credere nella presenza aliena, eppure il tema delle abduction come fenomeno sistematico oggetto di dati classificati è tornato più volte, seppure in forma allusiva, nelle audizioni informali del Congresso e negli interventi pubblici dello stesso Elizondo. Ma la convergenza più clamorosa resta quella relativa agli esseri interdimensionali: se il Blue Planet Project sostiene che il nostro mondo sia multidimensionale, sovrapposto e visitato da entità provenienti da altre dimensioni, Elizondo ha discusso ripetutamente, in diversi podcast tra il 2021 e il 2024, la possibilità che alcuni UAP operino all’interno di dimensioni superiori o utilizzino percorsi interdimensionali, arrivando a citare pubblicamente proprio l’ipotesi interdimensionale come una delle quattro spiegazioni plausibili del fenomeno.

Il documento dedica inoltre un’intera sezione ai dispositivi di inculcazione e alla pratica della manipolazione della mente, descrivendo impianti subcranici per il controllo comportamentale, e attribuisce agli alieni la capacità di influenzare la coscienza umana: un’affermazione che, nel podcast Theories of Everything condotto da Curt Jaimungal nel 2021, lo stesso Elizondo ha collegato esplicitamente al fenomeno del remote viewing e a presunte alterazioni neurologiche indotte dall’esposizione agli UAP, incluso l’ingrossamento di un’area cerebrale specifica, il caudato putamen, con effetti sulla percezione.

 

Infine, sebbene il testo del 1991 non usi mai esplicitamente la parola demone, descrive entità ostili capaci di manipolare l’umanità e di aver plasmato la storia genetica della specie: una lettura che nel 2026 ha trovato una eco diretta e inattesa proprio nelle dichiarazioni pubbliche del vicepresidente Vance, che ha definito gli UAP esseri celesti di natura demoniaca, in una linea interpretativa già anticipata da Elizondo, il quale ha raccontato che all’interno del Pentagono esistevano ufficiali, definiti tra i più competenti mai incontrati, convinti che il fenomeno UAP fosse di natura demoniaca, e ripresa in tempi recenti anche da figure come Tucker Carlson e dall’ex astronauta Charlie Duke, decimo uomo ad aver camminato sulla Luna, secondo cui gli UAP sarebbero esseri demonici il cui scopo sarebbe allontanare le persone dal vero Dio.

Tre ipotesi, nessuna rassicurante

Di fronte a uno scenario simile, la vera ricerca ha il dovere di non scegliere la lettura più comoda ma di mettere sul tavolo le ipotesi verificabili, per quanto scomode possano essere.
La prima possibilità è che il Blue Planet Project sia esattamente ciò che afferma di essere, ovvero la sintesi delle note personali di qualcuno che aveva effettivamente accesso a programmi classificati: la sua scomparsa e l’impossibilità di verificare l’identità dell’autore sarebbero in questo caso coerenti con la prassi dei whistleblower operanti in contesti di massima segretezza, e le convergenze con la narrativa odierna non sarebbero affatto sorprendenti perché entrambe attingerebbero alla medesima realtà sottostante. È l’ipotesi più seducente, ma anche la più difficile da verificare, perché non esiste alcuna prova documentale che il Blue Planet Project provenga davvero da fonti governative classificate.

La seconda possibilità, storicamente la più accreditata in ambito accademico e tra gli scettici più rigorosi, è che il documento sia il prodotto di una disinformazione governativa di alta qualità, costruita deliberatamente, forse dagli stessi ambienti di controrintelligence che lo stesso Elizondo descrive operanti all’interno del Pentagono, con l’obiettivo di saturare lo spazio informativo sul tema UFO con materiale incontrollabile, mescolando elementi di verità a fantasie deliberatamente incontrollabili, così da rendere impossibile distinguere il vero dal falso e proteggere i programmi reali attraverso il rumore di fondo. Il documentario Mirage Men del 2013 ha documentato esattamente questo meccanismo, mostrando come l’agente speciale Richard Doty del controspionaggio aeronautico americano abbia ammesso di aver fabbricato materiale UFO per depistare i ricercatori: se vuoi nascondere un segreto di Stato, la tecnica più efficace non è il silenzio, ma un’overdose di segreti falsi che rende impossibile identificare quello vero. Se questa lettura fosse corretta, la convergenza tra il Blue Planet Project e la narrativa attuale della disclosure ammetterebbe a sua volta due spiegazioni possibili: o chi ha costruito il documento aveva accesso a elementi reali, rendendolo parzialmente autentico, oppure, ipotesi ben più inquietante, la narrativa attuale della disclosure è essa stessa costruita sulle medesime matrici di disinformazione del passato, semplicemente riciclate e rilanciate su una scala politica assai più ampia.

Esiste infine una terza possibilità, forse la più degna di approfondimento in questo 2026, secondo cui il Blue Planet Project sarebbe un falso, o parzialmente tale, che tuttavia ha funzionato come agente contaminante della cultura ufologica. Essendo emerso già nel 1991, avrebbe fornito un canovaccio narrativo completo, fatto di terminologia, codici, nomi di operazioni, tipologie di entità e struttura del controllo, che si è radicato nell’immaginario collettivo e nelle reti informali di ricercatori, ex militari e funzionari delusi. Trentacinque anni dopo, quando la disclosure ha iniziato a emergere pubblicamente, queste stesse persone avrebbero finito per utilizzare, consapevolmente o meno, lo stesso linguaggio e le stesse strutture concettuali, non perché il documento fosse vero, ma perché era ormai diventato il vocabolario condiviso dell’intera comunità. In questa prospettiva il Blue Planet Project risulterebbe ancora più interessante di un documento autentico, perché rappresenterebbe la prova di come la narrazione possa precedere e strutturare la realtà percepita, e non il contrario.

Il problema della circolarità

C’è una zona di massima ambiguità che nessuno dei protagonisti attuali della disclosure sembra voler affrontare direttamente, ed è il problema della circolarità narrativa. Già nel 2013 un ricercatore, intervenendo su un forum specializzato, notava come praticamente ogni specie aliena citata nei forum UFO sembrasse ricondursi a quelle elencate nel Blue Planet Project. Se la tassonomia delle entità aliene che emerge oggi dalla disclosure, i Grigi, i cosiddetti Nordici, le entità interdimensionali, gli ibridi genetici, è sostanzialmente identica a quella del documento del 1991, resta da capire chi abbia copiato chi: il documento si è adattato alla realtà, oppure è la realtà raccontata dai testimoni odierni ad essersi progressivamente adattata al documento, magari attraverso decenni di letture, forum e conferenze condivise? Grusch ha testimoniato che il governo americano sarebbe probabilmente a conoscenza di attività non umane fin dagli anni Trenta, mentre il Blue Planet Project fissa l’inizio della vicenda al 1947, l’anno di Roswell, estendendola per un arco di trent’anni. Entrambi descrivono una struttura di segretezza capace di escludere lo stesso Congresso e gli stessi presidenti, ed entrambi si affidano allo stesso argomento retorico, ovvero che la verità sarebbe troppo destabilizzante per essere rivelata apertamente. Il problema è che questa architettura narrativa, fondata su un segreto supremo custodito da pochi, troppo vasto per il pubblico e gestito al di fuori dei normali circuiti democratici, risulta perfettamente compatibile sia con l’ipotesi di una presenza aliena reale sia con quella di un’operazione di psicologia delle masse tra le più elaborate mai condotte su scala nazionale.

Una domanda che resta aperta

Il Blue Planet Project non è stato in alcun modo riabilitato dalla disclosure, e sarebbe scorretto affermarlo: resta un documento di origine incerta, pieno di affermazioni inverificabili, costruito in una forma che si presta alla manipolazione tanto quanto alla rivelazione. Ma una domanda sorge spontanea: perché la narrazione ufficiale emersa sotto giuramento davanti al Congresso americano riproduce con tanta fedeltà le strutture di un documento che la stessa cultura ufologica ha sempre considerato un falso? Le risposte possibili restano sostanzialmente quattro, e nessuna di esse è rassicurante. Può darsi che il Blue Planet Project fosse parzialmente autentico e che la disclosure lo stia oggi confermando retroattivamente. Può darsi, all’opposto, che la disclosure attuale sia costruita sulle stesse matrici di disinformazione che a suo tempo produssero il documento. Può darsi che entrambi attingano alla medesima realtà classificata, il che renderebbe le convergenze quasi naturali. Oppure, ipotesi forse la più plausibile e certamente la più inquietante, la narrativa della disclosure potrebbe essere il risultato di decenni di contaminazione culturale incrociata tra fonti governative, ricercatori indipendenti e materiale come il Blue Planet Project, un loop autoalimentato in cui nessuno è più in grado di stabilire dove finisca la fonte originaria e dove cominci il mito.

La prima ipotesi implicherebbe che un documento sottratto a uno scienziato scomparso nel nulla avesse ragione sul segreto più grande della storia umana. La seconda implicherebbe che la disclosure attuale, fatta di audizioni congressuali, testimonianze sotto giuramento e whistleblower credenzializzati, sia essa stessa una messa in scena di proporzioni straordinarie. La terza implicherebbe che stiamo osservando da angolazioni diverse la stessa realtà, una realtà che continua ostinatamente a resistere a qualsiasi verifica indipendente. La quarta implicherebbe, semplicemente, che non siamo più in grado di distinguere la realtà dalla sua narrazione, e che questa incapacità potrebbe essere, essa stessa, il prodotto desiderato da chiunque, dentro o fuori le istituzioni, abbia interesse a mantenere la questione aliena in un perenne stato di ambiguità gestita. Il Blue Planet Project, in questo 2026, non è un documento che risponde alle domande. È un documento che le rende più precise. E forse è proprio questo, non la verità che contiene ma la confusione che continua a produrre, il suo unico scopo accertato.

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