Sebbene l’iniziativa PURSUE — il rilascio programmato di documenti e video governativi classificati sugli UAP — non abbia ancora prodotto la tanto attesa «pistola fumante», a riaccendere il dibattito internazionale sul fenomeno ci ha pensato Eric Davis: un fisico con quasi trent’anni di carriera nei programmi classificati della difesa americana che, in pubblico e mettendoci la faccia, ha rilasciato clamorose dichiarazioni su corpi non umani conservati nei laboratori militari, velivoli precipitati e recuperati in tutto il mondo, e tecnologie che gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a comprendere. Negli ultimi mesi le sue parole hanno riempito podcast, trasmissioni televisive e udienze del Congresso. Ma quanto di questo racconto è verificabile, e quanto resta affidato soltanto alla sua parola?
Chi è Eric Davis
Eric W. Davis è un astrofisico specializzato in propulsione aerospaziale avanzata, fisica quantistica e concetti di antigravità. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università dell’Arizona nel 1991 e per trent’anni si è mosso in quella zona grigia compresa fra ricerca teorica, iniziative strategiche per la difesa e ufologia istituzionale. Negli anni Novanta ha lavorato con il fisico Hal Puthoff presso EarthTech International ed è stato coinvolto nel National Institute for Discovery Science, l’organizzazione privata finanziata dal miliardario Robert Bigelow che indagò per anni sulle anomalie dello Skinwalker Ranch, nello Utah.
Il nome di Davis compare poi nei documenti relativi all’Advanced Aerospace Weapon System Applications Program (AAWSAP), il programma finanziato dalla Defense Intelligence Agency con oltre venti milioni di dollari tra il 2008 e il 2009, e al successivo Advanced Aerospace Threat Identification Program (AATIP). Dal 2019 al 2024 è stato ricercatore senior presso The Aerospace Corporation, a supporto di progetti di NASA, Air Force Research Laboratory e Dipartimento della Difesa, inclusi studi sulla propulsione nucleare spaziale. Oggi è Chief Scientist di Cohere Technology Group, ricercatore associato all’Università di Albany e membro del comitato consultivo della Disclosure Foundation: credenziali che nessuna ricostruzione giornalistica ha mai messo in dubbio.
Le rivelazioni più recenti
Il salto di qualità nelle dichiarazioni di Davis risale all’8 marzo 2026, quando ha partecipato per quasi quattro ore al podcast «American Alchemy», condotto da Jesse Michels, insieme al matematico ed ex managing director di Thiel Capital Eric Weinstein, fornendo la ricostruzione più dettagliata mai resa pubblica della sua presunta rete di accesso: nomi di funzionari, sigle di programmi, valutazioni personali di attendibilità sui documenti più controversi dell’ufologia americana. Il racconto, però, non si esaurì lì: nei mesi successivi Davis alzò ulteriormente la posta, con dichiarazioni ancora più dirette.
Lo scorso agosto, ospite del programma «Katie Pavlich Tonight» sul canale NewsNation, Davis ha dichiarato di aver visto personalmente fascicoli e materiale fotografico relativo al recupero di corpi non umani appartenenti ad almeno quattro specie distinte — Grigi, Nordici, Insettoidi e Rettiliani — affermando che l’istituto originariamente incaricato di custodire quei reperti sarebbe stato smembrato in più sedi di medicina militare durante la prima amministrazione Obama. Nella stessa intervista ha rinnovato la richiesta, già avanzata in precedenza all’amministrazione Trump, di un’immunità legale che gli consenta di rendere pubblica una versione più completa di quanto sostiene di sapere, senza incorrere nelle sanzioni previste per chi viola gli accordi di riservatezza (NDA) o la normativa sullo spionaggio. Davis ha affermato di essere disposto a testimoniare pubblicamente, ma «ha bisogno dell’autorizzazione del presidente» per farlo.
Più recentemente, in un’intervista dai toni più divulgativi, il fisico ha ripercorso in prima persona la sua carriera, sostenendo che il governo statunitense dovrebbe ammettere pubblicamente l’esistenza degli UAP, la loro presenza millenaria sul pianeta e il recupero di velivoli non umani, pur mantenendo il segreto sui dettagli tecnici delle tecnologie recuperate.
Le affermazioni centrali: corpi, specie, Roswell
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Il nucleo più clamoroso delle dichiarazioni di Davis riguarda l’esistenza di corpi non umani conservati dal governo americano. Lo scienziato ha precisato di non averli mai visti dal vivo — come a suo tempo dichiarò anche Grusch —, spiegando che la sua conoscenza deriverebbe dalla consultazione di fascicoli medici, fotografie ad alta risoluzione e rapporti classificati, condivisi con lui durante briefing riservati da almeno due contractor coinvolti nei presunti programmi di recupero. Le quattro tipologie descritte — esseri di piccola statura dalla pelle grigiastra, individui dai tratti caucasici e alta statura, forme insettoidi simili a mantidi religiose ed esseri dalla pelle squamosa — ricalcano in larga parte una tassonomia già nota alla cultura ufologica, ma Davis resta tra i pochissimi, con credenziali accademiche verificabili, a rivendicarne pubblicamente l’attendibilità con il proprio nome.
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Anche sulla questione Roswell, Davis si è spinto oltre chiunque altro nel suo ambiente professionale, dichiarandosi assolutamente convinto che l’incidente del 1947 nel Nuovo Messico abbia coinvolto un velivolo non costruito sulla Terra, precipitato presso il ranch Foster nei pressi di Corona. Ha inoltre raccontato che la mappatura centralizzata dei laboratori dove sarebbero custoditi i reperti biologici sarebbe stata deliberatamente frazionata in più sedi indipendenti, proprio per renderla intracciabile anche in caso di mandati congressuali.
Fisica speculativa e «ipotesi dello zoo»
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Al di là di queste affermazioni, Davis ha costruito negli anni un’interpretazione teorica del fenomeno UAP fondata sulla fisica dello spaziotempo. Poiché le equazioni della relatività generale di Einstein richiederebbero quantità di energia negativa fisicamente irrealizzabili per generare wormhole percorribili o bolle di curvatura, Davis ha ipotizzato che le intelligenze non umane sfruttino invece principi di entanglement quantistico applicati alla struttura fondamentale dello spaziotempo, aggirando così i limiti imposti dalla velocità della luce.
A questo ha aggiunto l’idea, sostenuta anche da alcuni testimoni legati ai primi programmi di recupero e ai test di remote viewing condotti con il soggetto Ingo Swann, secondo cui i velivoli non disporrebbero di comandi fisici tradizionali ma sarebbero pilotati attraverso interfacce neurali di tipo telepatico.
Quanto alle ragioni della presenza aliena, Davis si è dichiarato sostenitore della cosiddetta «zoo hypothesis», secondo cui le intelligenze non umane osserverebbero l’umanità come custodi silenziosi, monitorando in particolare i siti di armamento nucleare — dai citati episodi di interferenza sui missili Minuteman in Montana negli anni Settanta alle basi sovietiche dell’epoca — per mostrare la propria capacità di intervento e, implicitamente, l’assenza di reali capacità difensive da parte umana.
Cosa regge e cosa no
Le tesi di Davis, riprese da diverse testate mainstream, hanno ormai varcato i confini della nicchia ufologica per diventare argomento di dibattito politico e istituzionale, sebbene sia il Pentagono sia la Casa Bianca continuino a respingere ogni accusa. Va ricordato che l’Ufficio per la risoluzione di tutte le anomalie (AARO), incaricato dal 2022 di indagare sul fenomeno, ha ribadito nel proprio rapporto storico del 2024 di non aver trovato alcuna prova empirica che il governo americano o l’industria privata abbiano recuperato o sottoposto a reverse engineering tecnologia extraterrestre.
Un confronto sistematico tra le dichiarazioni di Davis e quanto è di pubblico dominio, per tale, restituisce un quadro a metà.
Sul versante biografico e istituzionale, la sua ricostruzione è sostanzialmente solida: l’esistenza e il finanziamento dell’AAWSAP, il ruolo di Grusch come referente della NRO presso la task force UAP e poi presso l’NGA, l’identità e i ruoli istituzionali di funzionari come l’ex direttore della Direzione Scienza e Tecnologia della CIA Glenn Gaffney o il dirigente Lockheed Martin James Ryder, sono tutti elementi confermati da fonti pubbliche indipendenti, dai rapporti dell’AARO alle biografie professionali disponibili online.
Anche un dettaglio potenzialmente scomodo per la sua stessa tesi regge al controllo: Davis ha raccontato di aver visionato, insieme a Puthoff, l’analisi di novanta pagine condotta dall’Oak Ridge National Laboratory sul cosiddetto materiale «Art’s Parts», concludendo che non conteneva nulla di anomalo. Il rapporto pubblico dell’AARO conferma che la composizione isotopica del reperto è compatibile con un’origine terrestre, contraddicendo l’ipotesi che si trattasse di una guida d’onda aliena a terahertz — un’ammissione che, arrivando dallo stesso Davis, ne rafforza la credibilità come testimone disposto a riportare anche esiti sfavorevoli alla propria narrazione.
Tuttavia la sua narrazione si scontra apertamente con i resoconti ufficiali sulla vicenda Roswell: i rapporti dell’Aeronautica militare statunitense del 1994 e del 1997 attribuirono i detriti a un pallone del progetto Mogul e le storie sui corpi alieni a ricordi confusi legati a manichini per test di impatto, una conclusione riconfermata dalla revisione storica dell’AARO nel 2024. Restano inoltre non verificabili, per assenza di documentazione pubblica, alcuni degli episodi più specifici raccontati da Davis — come un presunto briefing riservato sugli UFO ricevuto dal presidente Jimmy Carter nel 1977, o l’atterraggio di velivoli non identificati alla base di Holloman nel 1964 — mentre l’autenticità del cosiddetto «memo Wilson-Davis», un documento riconducibile a un incontro degli anni Duemila tra Davis e l’ammiraglio Thomas Wilson, non è mai stata formalmente confermata da alcun ente governativo, pur essendo stata citata anche in audizioni parlamentari.
Un impasse che dura da decenni
Ciò che emerge dal confronto tra le sue dichiarazioni e i documenti ufficiali è un modello ricorrente: l’impalcatura biografica e istituzionale del racconto di Davis è verificabile e coerente con l’architettura reale dei programmi che descrive; le affermazioni più straordinarie — corpi non umani, tecnologia irriproducibile, un vero e proprio programma di recupero di velivoli precipitati — restano invece prive di riscontro pubblico, quando non apertamente contraddette. La spiegazione di Davis è che si tratti di informazioni compartimentate all’interno di programmi ad accesso speciale, per costruzione invisibili agli stessi organismi di controllo come l’AARO. La posizione del Pentagono è che quelle informazioni semplicemente non esistano.
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Nessuna delle due posizioni può essere risolta dall’esterno con gli strumenti oggi disponibili al pubblico. È esattamente questo lo stallo che definisce ormai da ottant’anni la questione UFO negli Stati Uniti: da un lato un apparato di sicurezza nazionale che chiede fiducia sulla parola, dall’altro l’assenza cronica di prove materiali verificabili in modo indipendente. Ciononostante, Davis resta, in questo scenario, un caso raro: un uomo con credenziali scientifiche solide, disposto a mettere la faccia e il nome su affermazioni che nessun documento pubblico può né confermare né smentire del tutto — e proprio per questo destinato a restare, ancora per qualche tempo, una tra le figure più citate e più controverse del dibattito sulla disclosure.