Il rilascio dei nuovi file UFO da parte del Pentagono, ordinato dal presidente Trump, apre uno scenario di trasparenza inedita, ma solleva interrogativi su cosa si nasconde davvero dietro queste “rivelazioni”.Un passo storico, con documenti declassificati che includono foto e trascrizioni di avvistamenti UAP (Unidentified Anomalous Phenomena), ma la nostra analisi investigativa rivela lacune e ombre persistenti.
Contesto del Rilascio
Il Dipartimento della Difesa ha pubblicato il 7-8 maggio 2026 la prima tranche di 160-162 file su war.gov/ufo, su direttiva di Trump emessa a febbraio, con rilasci rolling every few weeks. I documenti coprono decenni, dal 1947, includendo rapporti Apollo 12 e 17, debrief di Buzz Aldrin su oggetti “sostanziali” vicino alla Luna, e centinaia di incidenti globali. Il segretario Pete Hegseth parla di “speculazioni giustificate” da sfatare, ma le immagini sono “offuscate” e interpretabili.
Analisi Investigativa
Questi file non sono “nuovi” in senso assoluto: molti riecheggiano rapporti storici del Progetto Blue Book, con video e foto di oggetti indefinibili che potrebbero essere droni, palloni o errori ottici, senza prove di vita extraterrestre. Trump promette “massima trasparenza”, ma il timing – suggerisce una mossa politica per deviare da altre crisi, come criticato da alcuni. Manca l’accesso ai file “più sensibili”, e il sito war.gov usa un design minimalista che nasconde potenziali omissioni.
Qui emerge un pattern di “trasparenza selettiva”: i file alimentano il mistero senza risolverlo, indicano omissioni istituzionali. In Italia, avvistamenti UAP negli anni ’70-’90 (es. Cosimo, 1979) furono insabbiati da servizi segreti; questi documenti USA potrebbero collegarsi a basi NATO in Sicilia, ma senza conferme. È depistaggio o svolta?
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Report analitico (DASVR) sui casi più significativi emersi dai file UFO/UAP del Pentagono
Quadro generale
Il primo lotto dei file declassificati dal Pentagono, pubblicato tra il 7 e l’8 maggio 2026 sul portale governativo dedicato agli UAP, raccoglie più di 160 documenti e descrive oltre 400 episodi distribuiti lungo un arco temporale che parte dal 1947 e arriva agli anni più recenti. I documenti non offrono prove definitive di origine extraterrestre, ma confermano che una parte non marginale degli eventi osservati da militari, astronauti, piloti e civili resta priva di spiegazione tecnica condivisa.
Il valore giornalistico di questo materiale non sta soltanto nel contenuto dei singoli casi, ma nel metodo del rilascio: trasparenza annunciata, pubblicazione parziale, forte enfasi politica e contemporanea permanenza di aree oscurate o non ancora accessibili. In altre parole, il Pentagono mostra abbastanza da legittimare il dubbio pubblico, ma non ancora abbastanza da chiudere davvero il perimetro del mistero.
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Criteri di selezione dei casi
I casi inclusi in questo report sono stati selezionati in base a quattro parametri: rilevanza storica, qualità del testimone, disponibilità di documentazione declassificata e persistenza dell’irrisolto.Sono stati privilegiati gli episodi in cui il testimone appartiene a un contesto istituzionale o tecnico qualificato, come astronauti NASA, piloti militari, apparati di intelligence o personale addestrato all’osservazione.
Ne deriva una mappa che non pretende di dimostrare una tesi extraterrestre, ma registra un dato più sobrio e al tempo stesso più inquietante: esiste una casistica robusta in cui gli stessi apparati statali statunitensi ammettono di non sapere con certezza cosa sia stato osservato.
Caso 1: Apollo 11 e l’osservazione attribuita a Buzz Aldrin
Tra i casi più citati del nuovo rilascio figura il debriefing relativo ad Apollo 11, nel quale Buzz Aldrin descrive la presenza di una luce intensa e di un oggetto percepito come “sostanziale” nel corso della missione lunare del 1969. Nei materiali diffusi si parla di bagliori e di un fenomeno osservato dall’equipaggio che, pur inquadrato in ipotesi tecniche come riflessi o effetti ottici, non viene liquidato in modo definitivo.
L’interesse investigativo del caso sta nel profilo della fonte. Non si tratta di un testimone improvvisato, ma di un astronauta sottoposto ai più severi protocolli di addestramento e verbalizzazione. In questo senso, il rilievo del documento non consiste nella prova di un contatto, bensì nel fatto che un evento anomalo sia entrato nella memoria interna di una delle missioni più sorvegliate della storia contemporanea.
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Caso 2: Apollo 12 e le particelle che “sfuggono” alla Luna
Nel materiale relativo ad Apollo 12 compare la descrizione di particelle luminose e flash osservati nello spazio circumlunare. I file riportano che Alan Bean avrebbe segnalato fenomeni visivi anomali, con l’impressione che piccole particelle o punti luminosi si muovessero in modo non immediatamente interpretabile.
Il caso è importante perché mostra una continuità tematica con Apollo 11: luci, bagliori, piccoli corpi o segnali ottici non del tutto risolti nell’ambiente lunare. Presi isolatamente, questi dati possono rientrare nel ventaglio delle anomalie ottiche e dei riflessi; letti insieme, costruiscono però un archivio coerente di eventi non banalmente archiviabili.
Caso 3: Apollo 17 e il “Fourth of July” nello spazio
Apollo 17 è uno dei casi più suggestivi dell’intero lotto. Nei documenti diffusi viene ricordata l’osservazione di lampi e scintille luminose nello spazio, descritte dall’equipaggio con una formula diventata ormai celebre: “Looks like the Fourth of July”. Il riferimento è a una scena di bagliori multipli, tale da evocare un piccolo spettacolo pirotecnico nel vuoto cosmico.
Dal punto di vista analitico, il caso pesa per tre ragioni. Primo, perché arriva da una missione scientificamente iper-monitorata. Secondo, perché la descrizione è sufficientemente concreta da essere riportata nei materiali ufficiali. Terzo, perché anche qui l’ipotesi tecnica non elimina del tutto l’ambiguità, lasciando in vita la categoria dell'”anomalo”.
Caso 4: Gemini 7 e il “bogey” di Frank Borman
Un altro episodio storico emerso dai file riguarda la missione Gemini 7 del 1965. Frank Borman segnala la presenza di un “bogey” e di numerose particelle o elementi visivi nelle vicinanze del veicolo spaziale. Il termine, nel linguaggio aeronautico e militare, non è neutro: indica qualcosa di rilevato ma non identificato con sicurezza.
L’episodio conserva interesse perché mostra come il problema della classificazione dell’anomalo preceda di molto la moderna etichetta UAP. Già negli anni Sessanta, dunque, l’apparato spaziale e militare statunitense si trovava a verbalizzare presenze o segnali per i quali mancava una attribuzione immediata e stabile.
Caso 5: I documenti del 1948 sui “dischi” in Europa
Tra i file più retrospettivi spiccano i documenti del 1948 che menzionano avvistamenti di dischi volanti in Europa e l’attenzione dell’intelligence statunitense verso fenomeni ritenuti meritevoli di analisi. Siamo nel pieno della prima Guerra fredda, e il contesto pesa: ogni anomalia nel cielo può essere letta come minaccia tecnologica, disinformazione, test sperimentale o proiezione psicosociale.
La rilevanza di questo fascicolo non consiste tanto nella qualità della singola immagine quanto nell’esistenza di un allarme istituzionale precoce. Il fatto che apparati di sicurezza nazionale considerassero la materia degna di classificazione e circolazione interna dice molto sulla percezione strategica del fenomeno, anche prima della sua successiva popolarizzazione mediatica.
Caso 6: Il senatore Richard Russell e l’avvistamento del 1955 in URSS
Uno dei casi più delicati riguarda il resoconto attribuito al senatore Richard Russell durante un viaggio in Unione Sovietica nel 1955, quando avrebbe osservato oggetti descritti come dischi volanti. La particolarità non sta solo nell’episodio, ma nel rango del testimone: un membro della Commissione Forze Armate del Senato degli Stati Uniti.
Un testimone di quel livello non garantisce la verità del fenomeno, ma alza in modo drastico l’asticella dell’interesse documentale. Qui l’indagine deve restare fredda: non basta il prestigio della fonte per trasformare l’evento in certezza, ma il prestigio della fonte impedisce anche di derubricarlo a folklore senza analisi.
Caso 7: Il file FBI del 1957 sul disco arancione
Tra i materiali più efficaci sul piano visivo compare un file FBI del 1957 con il disegno di un disco arancione visto da un testimone, poi tradotto in uno schizzo tecnico elementare ma preciso.Questo tipo di documento interessa perché conserva la distanza fra percezione e prova: si osserva, si verbalizza, si disegna, ma non si arriva a una identificazione finale condivisa.
È un frammento piccolo, ma rivelatore. Mostra il modo in cui gli apparati federali raccolgono il dato grezzo: non come verità rivelata, bensì come segnalazione che resta sospesa tra testimonianza, possibile errore e anomalia reale.
Caso 8: Il video del 2022 nel Medio Oriente
Tra i casi contemporanei, uno dei più discussi è il video del 2022 ripreso in area Medio Oriente, descritto in varie ricostruzioni giornalistiche come un oggetto di forma ovale o simile a un football osservato da piattaforme militari. I file e i servizi successivi lo presentano come un evento ancora non chiarito, con analisi che non arrivano a un’identificazione univoca.
Sul piano investigativo, questo episodio è cruciale perché mostra il salto di qualità del dossier UAP: non più solo memoria storica, ma sensoristica contemporanea, piattaforme di sorveglianza e teatri geopolitici reali. Se anche il fenomeno avesse una spiegazione convenzionale, resterebbe comunque il problema di come oggetti simili abbiano eluso un’immediata classificazione da parte di sistemi avanzati.
Caso 9: Gli episodi del 2023 legati a piloti di droni militari USA
Tra i casi più recenti compare la segnalazione del 2023 proveniente da un pilota di droni militari statunitensi, che descrive un oggetto lineare molto luminoso osservato per alcuni secondi in un’area ristretta. I materiali pubblicati riportano anche schizzi e descrizioni di un oggetto metallico o fortemente brillante, osservato in un contesto in cui erano presenti anche altri testimoni a terra.
Questo caso è centrale per almeno due motivi. Da un lato, la testimonianza nasce in un ambiente tecnico abituato a distinguere bersagli, riflessi, disturbi e segnature anomale. Dall’altro, la brevità dell’osservazione e la scarsità di dati definitivi ripropongono il vero nodo dell’intero dossier: molte anomalie esistono documentalmente, ma poche si lasciano trasformare in prova conclusiva.
Schema comparativo dei casi principali
Elementi ricorrenti emersi dal rilascio
Dall’esame incrociato dei casi emergono almeno cinque costanti. Primo: il fenomeno è transgenerazionale, perché attraversa decenni e sistemi tecnologici diversi. Secondo: una parte dei testimoni appartiene a élite professionali ad alta affidabilità osservativa, come astronauti, piloti e personale di difesa. Terzo: la documentazione declassificata tende a conservare l’anomalia, più che a risolverla. Quarto: le ipotesi convenzionali restano possibili in molti casi, ma non sempre bastano a esaurire il dato disponibile. Quinto: il dispositivo narrativo del rilascio pubblico sembra costruito per autorizzare la curiosità collettiva senza però consegnare un quadro finale compiuto.
Valutazione critica del rilascio
L’operazione ha un doppio effetto. Da una parte aumenta la trasparenza rispetto a una materia tradizionalmente coperta da segreto, ridando consistenza documentale a decenni di racconti spesso confinati ai margini. Dall’altra, lascia aperto il sospetto di una disclosure calibrata, in cui si mostra il sufficiente per controllare il discorso pubblico senza rivelare davvero tutto ciò che è noto agli apparati.
Questa ambivalenza è il vero dato politico dei file. Il punto non è soltanto capire se gli oggetti siano alieni, terrestri, sperimentali o fraintesi. Il punto è osservare come uno Stato scelga di raccontare i propri margini di ignoranza: con quali omissioni, con quali selezioni, con quali tempi, con quali regole d’accesso.